Una delle prime canzoni che ho manomesso per infilarla nel concerto sul vino che faccio si chiama “Me bebì tu recuerdo”.
E’ stata scritta nel 1973 dal colombiano Oswaldo Franco per un amore giovanilissimo finito malissimo. A Oswaldo essere stato scaricato da Stella Rodriguez lo ha reso una stella, perché gli ha ispirato la canzone che è diventata una hit della musica sudamericana.
Proprio come Arianna figlia di Minosse re di Creta, mollata in Nasso da Teseo , che poi viene presa in sposa da Dioniso. E’ proprio vero che quando si chiude una porta si apre un portone. Ti molla un principe e ti sposa un Dio. E nella lista nozze puoi mettere cose grandi, ancora più del Bimby…o del viaggio in Polinesia, cose tipo costellazioni o specie arboree.
Ma non è di né di Oswaldo e Stella che voglio scrivere oggi (anche se almeno questo lo devo dire: in età canuta questi due si sono pure ritrovati e dopo mezza dozzina di divorzi a testa e si sono sposati e al momento in cui la sottoscritta scrive sono ancora insieme) né dell’amore fra Arianna e Dioniso.
Voglio scrivere dell’atto psicomagico jodorowskiano che viene descritto nella canzone e del surrealismo provocatorio che evoca.
Preambolo: il malcapitato Oswaldo viene cacciato male dal padre della sua amata in quanto non abbastanza facoltoso per chiederne la mano, beve per dimenticare ma la vede doppia, viene visto nei peggiori bar di Bogotà mogio con gli amici a bere accarezzando il ritratto della sua perduta Stella Rodriguez.
Poi escogita una via d’uscita: un brindisi di epurazione del ricordo dell’amata, che verrà bevuto e espulso nelle urine.
“Nella mano destra, tengo il tuo ritratto
In quella sinistra un bicchiere di vino
Ho brindato con te anche se non c’eri
Ho brindato con te all’amore di ieri
Poi ho messo il ritratto dentro al bicchiere
E mentre la tua immagine si dissolveva
A poco a poco, molto lentamente
Mi sono bevuto tutto il tuo ricordo
Mi sono bevuto il ricordo
Così che mai più torni a tormentarmi
Voglio che sappia che sebbene addolorato
Oggi nemmeno il tuo nome voglio ricordarmi”
Qui abbiamo un atto semplicissimo, quasi infantile, ma proprio per questo potentissimo. Stella da presenza esterna intangibile viene oggettificata nel ritratto, disciolto nel vino, e tramite l’ingestione viene inglobata in sé e diventa quindi residuo interno smaltibile. Come spesso accade il vino è qui pozione di trasformazione capace di donare un oblio controllato.
Da provare a casa, efficacia comprovata.
Questo rituale è lo stesso a cui ricorre Jodorowsky per alleggerire il peso dei ricordi del passato, solo che prima lui consiglia di bruciare la foto e nel vino metterci la cenere.
“Quando non rimase più nessuna fotografia da bruciare, presi una manciata di cenere, la sciolsi in un bicchiere di vino e bevvi quel miscuglio grigiastro. I dubbi erano finiti. Avevo seppellito il passato dentro me stesso.”
“A un ragazzo, orfano del padre, la cui figura, idealizzata e severa, continuava a influenzarne negativamente la vita, chiese di bruciare una foto del padre, gettando le ceneri in un bicchiere di vino, e quindi di berlo.”
Avendo lavorato con sudamericani posso affermare che di rituali scaramantici è costellata la loro quotidianità. Un rituale molto gettonato per esempio era immergere una statuina nel miele attendendo il vigile che doveva passare a verificare la loro residenza all’inizio della trafila per ottenere la cittadinanza.
Alejandro Jodorowsky – che sta per diventare centenario – da bambino venne sgridato dalla nonna per avere plasmato un elefantino di topi di naso dietro il suo lettino, e questa cosa me lo rende super simpatico perché io decoravo i libri delle elementari col cerume.
Secondo me lui l’ha fatto per protesta perché la nonna cucinava male, “minestra anemica piena di nostalgia di pollo” e “pan di spagna invalido”.
Il libro dove sono raccontate tutte queste cose si chiama “La danza della realtà” e l’ho letto sotto consiglio di un cartomante incontrato al Babeuf, il posto dove andiamo a bere vini sfrontati. E’ stata una lettura interessante, con cose carine tipo “Dalla domestica ero venuto a sapere che Sara, dopo la mia nascita, si era fatta legare le tube dichiarando: “Le tube non valgono un tubo!”
Ecco come Jodorowsky tratteggia lo stato in cui versava il suo Cile avvinazzato, governato da un presidente che di soprannome faceva “Don Tinto” (signor vino rosso) all’epoca in cui lui aveva appena smesso di plasmare elefantini di caccole (ammesso che abbia poi veramente smesso):
“Negli anni quaranta e all’inizio degli anni cinquanta, in Cile si viveva poeticamente come in nessun’altra parte del mondo. La poesia impregnava tutto: l’insegnamento, la politica, la vita culturale e quella amorosa. Durante le innumerevoli feste quotidiane, la gente beveva senza ritegno e c’era sempre qualche sbronzo che recitava versi di Neruda, di Gabriela Mistral e altri magnifici poeti.
In Cile la terra tremava ogni sei giorni! Il suolo stesso era, per così dire, convulsivo. Per cui tutti erano soggetti a un terremoto esistenziale.”
E’ in questa autobiografia che Jodorowsky racconta dei festini dell’Atelier, al cui ingresso era scritta una frase tratta da “Il lupo nella steppa”, di Hesse: “Teatro magico, l’ingresso costa la ragione”.
All’atto di entrare si doveva bere a stella un quarto di litro di vodka, “..una volta all’interno non si beveva più, si conversava soltanto o si ballava, e non musica popolare bensì musica classica. Quella che andava di più era Il lago dei cigni. In quello spazio, affollato come un autobus all’ora di punta, si improvvisavano gruppi di danzatori che imitavano con una grazia incredibile i gesti studiati dei corpi di ballo russi.”
Dai postumi dell’incontro con la sciamana messicana Pachita – figura abbastanza assurda che curava la gente con un coltello da caccia in una stanza sporca – Jodorowsky struttura la sua “Psicomagia”, un modo di guarire i traumi delle persone tramite l’arte, basato proprio su questi rituali psicomagici che lui chiamava atti effimeri. Atti illogici, seriamente disturbanti a volte, tipo quando consiglia a una scrittrice in preda al blocco della scrittrice di mettersi uno strap-on intingerlo nell’inchiostro e scrivere così le prime due frasi del libro.
Atti di destituzione del potere razionale, quando il linguaggio abdica per lasciare il trono all’azione.
Ne “La danza della realtà” ne troviamo elencati numerosi, nella giovinezza dell’autore lui era stato protagonista di un atto messo in opera dagli amici, che entrano a casa sua portando una grossa corona di fiori con al centro il suo ritratto e restano a casa sua con lui presente a fargli la veglia funebre bevendo vino.
Nella canzone di Oswaldo e nell’atto di Alejandro assistiamo a una rivoluzione poetica del vino: un rituale di liberazione in cui la funzione dionisiaca dello scioglimento non è solo metaforica ma proprio chimica, con ph acido del vino che corrode le fotografie e la sua natura liquida in cui le ceneri si disciolgono. Il dionisiaco è legato allo sgonfiamento dell’ego. Il culto di Dioniso mira alla liberazione di tutti a partire dalla riconnessione con il corpo e con l’emotività spesso repressa da una cultura puramente calcolante.
Un altro momento del libro in cui il vino ha un ruolo magico è questo:
“Un vecchio ubriacone uscì dall’osteria, mi posò una mano sulla testa e con voce roca sussurrò: “Non ti preoccupare, ragazzino, una vergine nuda illuminerà il tuo cammino con una farfalla ardente”. Quindi andò a orinare nell’ombra nascosta di un palo della luce. Quel vecchio, che il vino aveva trasformato in profeta, con una sola frase mi aveva aiutato a uscire dal baratro.”
Il vino diventa catalizzatore di una pratica rigeneratrice capace di affrontare sofferenza e felicità come polarità di un’ecologia unitaria. Il vino ci mette sul naso occhiali speciali in grado di farci vedere che “in ogni azione il male e il bene danzano come una coppia di amanti.” Cessa di essere bevanda per farsi spirito vitale e sottile, uno strumento atto ad espandere la mente e favorire la connessione tra gli esseri o al contrario a spezzare a comando questa connessione.
Per la sua funzione maieutica il vino non si limita a produrre un effetto, ma aiuta a estrarre verità latenti nella materia umana. Esso è considerato “materia in cammino verso lo spirito”, un ponte tra la densità della terra e l’astrazione della volta celeste.
La pratica psicomagica richiede che il soggetto non sia un semplice consumatore, ma un partecipante attivo che si lascia “vivificare” dal liquido. In questo senso, l’ebbrezza non è vista come una perdita di coscienza distruttiva, ma come un “sogno lucido”: uno stato in cui si gioca attivamente con l’alterazione senza esserne totalmente assorbiti, mantenendo una vigilanza attiva sui propri pensieri.
Perché un rituale col vino abbia efficacia, è necessario superare l’atteggiamento distaccato, definito “ottico” da Nicola Perullo e altri. Non si può analizzare il vino come un oggetto irrelato, sottrarsi all’amplesso con esso tramite il coito interrotto nella sputacchiera, nel totale rifiuto dell’incorporazione. Al contrario, l’approccio di Jodorowsky e della percezione aptica (legata al tatto interno e alla prossimità) invita a “divenire vino”, annullando la separazione tra soggetto e oggetto.
Nell’atto psicomagico, sentire in unità significa assottigliarsi come individui isolati per ritrovarsi come relazioni coscienti. Questo “gusto aptico” è un attrito continuo con la crosta del mondo, un modo per ricordarsi che abitare la terra vuol dire essere in relazione con essa, non solo occuparne lo spazio e depredarla.
Attraverso il vino, si impara a stare sul bilico del “non voler capire per forza”, accettando la vulnerabilità dello stupore. In un’epoca in cui la scienza oggettiva cerca di misurare ogni emozione, il rituale ripristina lo spazio del mistero e del sacro, ricordandoci che siamo ecosistemi, non egosistemi. Comprendere il vino significa, in ultima analisi, essere disposti ad appassionarci e correre il rischio della relazione, anche quando ubriaca e fa perdere il controllo.