Indovina chi viene a cena: Enki e Violeta Parra

Oggi inizia il compleanno di mia madre e dura tre giorni perché essendo nata – ottava di undici figli – in transumanza col gregge fra le montagne, c’è voluto un po’ prima di poterla registrare all’anagrafe.

Anche se mia madre non beve, abbiamo aperto un vino speciale che ha viaggiato nella valigia di un’amica direttamente dal Cile.

E’ un blend di carignano e carménère, uva simbolo del Cile, ma che a lungo è stata scambiata per merlot.

Cresce anche in Italia e qui veniva scambiata per Cabernet Franc (probabilmente per i tipici sentori di peperone verde). Poi gli ampelografi  hanno svelato l’arcano individuando il comune progenitore di vitis biturica di origine albanese e portata in Francia dai romani da cui derivano tutti i vitigni bordolesi.

E’ un’uva complicata da coltivare: infatti nel Médoc – quando dopo la fillossera sembrava sparita – nessuno si era affrettato a re-impiantarla o a rimpiangerla. Ma non era sparita, era andata in tournée in Sudamerica!

Il carménère  alcuni wine nerds lo chiamano merlot on steroids per quanto può essere fisicato e dagli aromi atletici.

Matura tardi, dà vini colorati e tannici per via della buccia spessa e pare si chiami così perché avendo un colore rosso accesissimo rimanda al carminio,  quella polverina di corpicino disseccato di cocciniglia.

Dal punto di vista pedoclimatico il Cile si comporta come un’isola, lunga 4300 km e larga 180 col mare a est, le Ande a ovest, a nord il deserto e a sud i ghiacci. Una fortezza inespugnabile persino per la fillossera. 

L’informazione che il Cile è il quarto esportatore di vino al mondo mi era in qualche modo sfuggita.

Quattro grandi produttori da soli coprono il 75% del mercato dell’export.

Il vino che abbiamo aperto non è di questi prolifici produttori, deo gratias.

ENKI, si chiama. Enki, scopro oggi, è il dio degli abissi, dell’ebbrezza, della musica e di un sacco di altre cose, diciamo che per il sumeri è il vero architetto dell’universo.

Ottenuto da vigne di cinquant’anni allevate secondo i dettami del BPA ovvero “buone pratiche agricole” lo produce la cantina Vistamar, che lo descrive così: “Enki è equilibrio, sperimentazione del flusso di energia vitale fra cielo, terra, frutta e uomo (…).” 

Nuovi propositi per il 2024 leggere più retroeticehtte di vini sudamericani.

Non so se è suggestione ma la prima nota, intensissima, è una nota legnosa balsamica incensata di palo santo. Netta, sciamanica, mai sentita altrove.

Poi sfuma perché prende il sopravvento una sberla di rovere che mi impedisce di entrarci in contatto per tutto il resto della cena.

L’equilibrio è possibile, ma richiede del tempo. Aspetto.

Secondo giorno del compleanno, ho salvato un po’ di Enki , lo annuso a colazione ed è un tripudio, mi sembra un altro vino.

Capisco a un livello più empirico la scelta del nome e il ruolo di Enki nella mitologia come guida intelligente che ci accompagna attraverso le trasformazioni.

Nel bicchiere il vino mi guarda “rojo violeta” e il mio pensiero non può non posarsi sulla cilena Violeta Parra, per due ragioni:

– il suo cognome in spagnolo significa “vite”

– è l’autrice di una delle canzoni preferite di mia madre “Gracias a la vida”

Mi domando come sia possibile che scriva questo brano intriso di gratitudine qualche mese prima di spararsi in testa, probabilmente già con l’idea di farlo, visto che a togliersi la vita ci aveva già provato tre volte.

Neruda le ha dedicato una poesia scrivendo che nella sua ascensione al cielo non sarebbe stata sola: l’avrebbero accompagnata la luce della melissa e l’oro arricciato della cipolla soffritta. Vino e poesia a colazione mi commuovono. Ecco come continua Neruda:

Quando nascesti tu

Il sacerdote innalzò dell’uva 

Sulla tua vita e disse:

“Sei vite e in vino triste ti convertirai.”

In vino allegro, in picaresca allegria, 

In fango popolare, in canto semplice, 

Santa Violeta, tu ti convertisti.

Violeta Parra – terza di dieci figli – viene da una famiglia popolare. Per aiutare la famiglia i figlioletti dovevano lavorare e in particolare Violeta puliva le tombe. Suo papà insegna a tutti a suonare la chitarra quando erano così piccoli che non riuscivano nemmeno bene a imbracciarla. In seguito Violeta rivive questa esperienza quando impara a suonare il guitarròn, un bestione con ben 25 corde.

L’arte che si respira in casa Parra fa sbocciare diversi talenti, in Violeta, nei fratelli e nelle sorelle.

A parte comporre, cantare, scolpire, tessere e dipingere (fu la prima donna sudamericana esposta al Louvre)  Violeta se ne andava a casa di anziani armata di registratore, penna e quaderno, per raccogliere musiche popolari che temeva potessero scomparire dalla memoria collettiva. Lo faceva non con uno scopo di ricerca antropologica o per comporre un archivio ma con l’esigenza di nutrirsi di esse e alimentarne il fuoco trasformativo vivendo attraverso esse.

Lo stesso fuoco dei produttori di vini “patrimoniali” o “ancestrali” come chiamano in Cile quei vini fatti con l’idea di salvaguardare il patrimonio paesaggistico (coltivando parras viejas),  metodi colturali e usanze tradizionali.

Lo stesso fuoco di chi sceglie di chiamare il loro vino di punta “Enki”: un omaggio all’importanza fondamentale del recupero delle storie della mitologia, perché esse non sono solo storia, filologia, antropologia: sono occasioni di risveglio, ricerche di equilibrio e intuizioni di futuri possibili.

“La vita non è una festa ma è più forte di una poesia, di un quadro, di una canzone. E tessere, cantare, dipingere sono la stessa cosa”.

Ascoltando Violeta Parra dialogare con Enki il messaggio è forte e chiaro: c’è in noi un elemento eterno e divino che ha a che fare col darsi; se non gli prestiamo attenzione lo stiamo automaticamente ostacolando e allora siamo spacciati.

Passo e chiudo lasciando qui una mia traduzione della canzone “Coplas del vino(che canto qui) di Isabel e Angel Parra  figli di Violeta e nipoti del celebre poeta Nicanor Parra, anche lui autore di versi per il vino .

Gracias a la vida che ci ha dato la famiglia Parra e la loro poesia. E grazie a Enki, che vegli su di noi!

Non so cosa ci sia nel vino che a volte mi fa tremare,

nella brocca in cui bevo viene a parlarmi

e aspettando l’alba i ricordi mi fanno piangere.

Pene umane e il vino, pericoloso connubio.

Si aiutano a vicenda a cercare la tomba.

L’anima diventa cieca,

non vede nemmeno il sole che la illumina.

Il vino nero che bevo deve avere cuore,

perché gli piacciono i versi che parlano d’amore.

Se la vita è solitaria, devi tenerle compagnia.

Qual è un amico migliore del vino, nella solitudine?

Non chiede né pretende nulla,

ascolta e ci fa dimenticare.

Sono già rimasto solo, quale notte mi coprirà?

Il mio canto lo porta il vento e il vino resterà,

ubriacandomi il pensiero il vino resterà.