Schweitzer e riesling: due grandi alsaziani

Maialino e cannonau, cotechino e lambrusco, fiorentina e chianti classico…what grows together goes together.

Tracciare la geografia degli abbinamenti territoriali in Italia è un’occupazione che regala molte soddisfazioni, ma che può generare nei “veri esperti”  vigorose alzate di sopracciglia:

– Il foie gras col Sauternes? E’ sprecato.
– Il porchetto arrosto? si abbina con un Franciacorta satèn!

…e via pontificando

Essendo la validità del criterio di abbinamento cibo-vino per territorio una questione spinosa e tutto sommato triviale la lascerò da parte per dedicarmi ad un abbinamento uomo-vino fra due alsaziani di nascita: il buon dottore bianco Schweitzer e il buon vino bianco riesling.

Albert Schweitzer  (1875-1965) era chiamato stregone bianco dagli indigeni che curò nella foresta equatoriale africana per oltre metà della sua lunga vita.

Non era solo un medico, faceva un sacco di cose, un po’ come quegli youtuber fissati con la produttività che mettono la sveglia alle 4:30 e fanno ginnastica ascoltando podcast di finanza, poi meditano, doccia fredda, praticano il coreano mentre sorseggiano il frullato proteico, si lavano i denti col nettalingua e poi scrivono nel quaderno della gratitudine “grazie che ho un milione di follower e grazie per i pettorali che tengono il mio cuore al riparo dalle delusioni”. Poi alle 8 di mattina iniziano a lavorare montando video motivazionali sulla produttività per far sentire sgraziatamente sfaccendata un botto di gente e a mezzogiorno sono già a letto.

Proprio come loro Albert Schweitzer aveva a cuore il suo benessere e non lo poteva concepire separato dal benessere degli altri e quindi la sua morning routine era sicuramente un po’ diversa ma si dice che anche lui fosse estremamente attento all’igiene orale, poi studiava teologia e preparava sermoni perché era un pastore, giocava col gatto perché aveva una fissa potente per gli animali, scriveva trattati di filosofia…e così via sino al giorno in cui legge nel giornale che c’è carenza di medici in Africa e allora anche se aveva già due lauree si iscrive in medicina, si laurea prende e parte. E quando torna in Europa (19 volte) è solo per raggranellare soldi per finanziare il suo ospedale in Gabon. E come lo fa? Dando concerti. Ah sì, dimenticavo, è anche un portentoso organista. Infatti anche se aveva già molto bagaglio (70  casse di attrezzature per allestire un ospedale) si porta appresso anche un pianoforte dono della Società bachiana di Parigi, progettato apposta per non scordarsi troppo con l’umidità tropicale e resistere alle termiti africane.

Proprio come gli odierni youtuber Albert Schweitzer può far sentire sgraziatamente sfaccendata un botto di gente.

Come emerge chiaramente da questi brevi  tratti biografici  l’etica radicale del “rispetto della vita” illumina l’esistenza del nostro Albert  e il suo navigare verso “l’ideale che è per noi quello che è una stella per il marinaio. Non può essere raggiunto, ma rimane una guida”.

Col passaparola e altre tecniche più raffinate tipo apparizioni in sogno la sua fama comincia ad espandersi e i pazienti arrivavano da villaggi lontani anche centinaia di chilometri e dal profondo della foresta. Albert rispettava tradizioni e usanze e permetteva loro di farsi ricoverare assieme a familiari e anatre (a questo punto della storia sappiamo già che era un patito degli animali).

“La musica e i gatti sono un ottimo rifugio dalle miserie della vita”, dice, e non potrei essere più d’accordo, io ovviamente ci aggiungerei anche il vino.

Albert era un uomo che probabilmente il riesling l’aveva frequentato poco, non ci sono fonti in merito, ma sicuramente allora nella foresta equatoriale la distribuzione del riesling non era capillare come ora.

Autoctono alsaziano, ma ora coltivato a nord e a sud dell’equatore,  il riesling è anche lui un grande viaggiatore. Ed è anche un po’ santone perché è figlio di un esoterico progenitore, il gouais blanc, chiamato anche casanova dell’uva perché si è incrociato praticamente con tutti, scostumato.

Anche la bottiglia alsaziana – alta ed affusolata – ricorda la corporatura del dottore bianco.

Il riesling è il vino bianco più longevo e collezionabile del mondo, capace di affinamenti lunghissimi.  Albert muore a 90 anni, piuttosto longevo anche lui, e come i grandi riesling ha saputo mantenere fino alla fine una filigrana di slancio giovanile nei suoi occhietti curiosi. “L’idealismo giovanile ha ragione”, diceva.

Quando si parla di riesling il premio per la frase ad effetto più pronunciata va a…

“La gloria del riesling sta nella sua molteplicità di stili. 

 (E il problema del riesling sta nella sua molteplicità di stili).”

Frase che mi ricorda un’altra bellissima frase ad effetto :

“L’agricoltura russa ha quattro problemi principali: Autunno, inverno, primavera ed estate.” 

Effettivamente non c’entra nulla ma le frasi ad effetto vogliono compagnia, come noi donne quando andiamo al bagno.

Questa varietà di espressioni (anche il riesling è poliglotta, da buon alsaziano) è legata al residuo zuccherino, che va dai 3 grammi litro – sorso elettrico e brillante – ai 300 grammi litro, sorso viscoso e opulento, praticamente da consumare non con il dolce ma al posto del dolce, a patto di essere facoltosi proprietari terrieri, youtuber o spacciatori poiché il costo di una mezza bottiglia può arrivare a 3000 euro.

Sì, vini che hanno gradazioni alcoliche da birra bionda e sono fatti da uve ammuffite sono fra i più cari del pianeta, perché la muffa è nobile, qual piuma al vento, e perché vendemmiare i grappoli che sembrano stalattiti di ghiaccio non è mica facile.

Anche quando è vinificato in versioni più modeste ha comunque una naturale acidità che mette in risalto doti aromatiche piuttosto atletiche.

Per tanti il riesling è “Il miglior vino del mondo” , “Il re dei vini”.

Ammetto non senza un certo scorno che sono molto prevedibile perché anche io ce l’ho come preferito, mentre avrei preferito preferire un oscuro autoctono isolano di cui si è salvato solo mezzo ettaro.

Anche Albert ha ricevuto elogi simili: il Time nel 1947 lo chiama il più grande uomo al mondo e pensare che non aveva ancora preso il nobel per la pace, che arriva nel 1953 e coi cui proventi costruisce un ospedale per i lebbrosi, continuando a far sfigurare tutti gli altri filantropi.

Anche se ai corsi di sommelier io e il riesling avevamo già limonato è stato solo quando sono arrivata in Australia che abbiamo avuto il nostro primo rapporto completo.

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La capacità del riesling di essere fuori dal tempo e irriducibilmente se stesso l’ho appresa nella mia prima stagione a Clare. Il mio capo (ora mio amico perché il vino fa questi scherzetti) mi aveva raccontato di come nel suo riesling avesse notato un certo letargo, fra il terzo e il sesto anno di età, in cui le note giovanili lasciavano il vino e quelle di affinamento ancora non erano presenti, insomma una specie di crisi di mezza età…e io che avevo 33 anni avevo empatizzato un sacco: sentivo di non poter più agire con l’ingenuità e lo slancio giovanile ma tantomeno potevo dire di avere la saggezza della maturità.

Non si può parlare di riesling senza parlare di “puzza di benzina che fa girar la testa” , come ricorda Jovanotti nel celebre incipit.

Per certi è un difetto, altri la tollerano, io la venero. Il profumo pungente di cherosene, riconoscibile e quindi rassicurante, mi ha conquistato sin dal primo minuto, dando una carezzina benevola alle mie manie di controllo.

Questo profumo è dovuto alla presenza della molecola TDN che nei riesling australiani è presente in quantità fino a cinque volte maggiori rispetto a quelli del vecchio mondo. Se poi aggiungiamo che una temperatura di servizio più bassa ne favorisce l’individuazione, e i vini bianchi in Australia li servono ghiacciati, può essere uno scappellotto di idrocarburo sul naso.

La plasticità del riesling a tavola è da capogiro: anche lupi solitari come carciofi e asparagi si sentono a loro agio col riesling perché lui sa andare incontro al cibo senza snaturarsi, come il nostro Albert sapeva aiutare il prossimo anche nelle situazioni più estreme. Pensate che dieci su dodici degli altri medici che andarono in trasferta in quegli stessi luoghi morirono fra il primo e il secondo mandato. La sua adattabilità e la resistenza allo stress era altissima e anche in questo ci ricorda il riesling e il suo sopravvivere in suoli scistosi poco vigorosi a temperature estreme, sì perché ora la vite cresce serena in Danimarca, ma fino a qualche decennio fa la Mosella era considerato il luogo più freddo dove poteva crescere.

 

Le radici sono obbligate a cercare in profondità il nutrimento e attraversare diversi strati di minerali,  cosa che apporta al vino doti uniche, proprio come la vertiginosa profondità del pensiero e dell’empatia di Schweitzer lo hanno reso un uomo straordinario. Affiancato, nella vita privata, da una donna altrettanto straordinaria, Helene Bresslau, che porta avanti per tutta la vita oltre al suo lavoro nell’ospedale la sua attività di sociologa, editrice, linguista e femminista. Fino al momento di partire per l’Africa i due avevano una relazione “aperta”, gli rimaneva poco tempo libero per fare la coppietta canonica con le loro poliedriche vocazioni, quindi si vedevano poco e si scambiavano lettere meravigliose, che sono state pubblicate e sono una lettura godibilissima. Albert e Helene scelgono di sposarsi quando decidono di andare in Africa.

Durante un sermone per un matrimonio Albert dice:

“La grandezza di questo momento non risiede nel fatto che due esseri umani si stiano scambiando dal profondo del cuore la promessa: vogliamo vivere l’uno per l’altra, ma che questo significhi: vogliamo vivere l’uno con l’altra per qualcosa”. 

Insomma, l’importante è farlo sempre con chi hai voglia tu, anche quando si tratta di gestire un lebbrosario.

Quanto mi sarebbe piaciuto assistere a un sermone di Albert! Parliamo di un pastore che dice cose del genere:

“Chi si crede cristiano perché va a messa sbaglia. Uno non diventa un’automobile solo stando in parcheggio.”

Secondo me c’è il tanto per un’edizione dei Baci Perugina con le sue massime e un ripieno al riesling botritizzato, “Alsaziami di baci” <3

Spero di avervi convinto che Albert Schweitzer non è solo l’ennesimo filosofo con un sacco di consonanti.

E spero che nel vostro album Panini “Umani meravigliosi” attaccherete una figurina dello stregone bianco dai baffoni spioventi bevendo un bel riesling alla sua memoria.